Diritti Umani

 In tre diverse risoluzioni a favore del Tibet nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione circa la violazione dei diritti umani chiedendo"la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all'autodeterminazione". Dal 1986 poi, altre numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti e del Parlamento Europeo hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all'interno della stessa Cina esortando il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Ad oggi nonostante gli incessanti appelli della comunita internazionale la situazione per il popolo tibetano è questa:
 
- il diritto alla libertà di parola è costantemente violato.
- miglialia di tibetani impriogionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni carcerarie sono disumane.
- Le donne tibetane sono spesso costrette a subire sterilizzazione e aborti forzati.
- Vengono perseguitati per il loro credo religioso.
- Monaci e monache sono costretti a subire sessioni di "rieducazione patriottica", a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.
- Il governo cinese continua invece a violare i diritti dei bambini tibetani sia in materia di educazione e assistenza sanitaria sia per quanto concerne la libertà di espressione
 

 

Militari cinesi di fronte al Palazzo del Potala TibetOggi i tibetani rischiano di essere completamente spogliati della loro cultura e tradizione religiosa, emarginati nella loro stessa terra, dove ormai si avviano ad essere una minoranza etnica sopraffatta dall'invasione colonizzatrice dei cinesi, dove i luoghi di culto vengono sistematicamente distrutti,dove le nuove generazioni non crescono più alla luce degli insegnamenti monastici e tradizionali ma vengono educate in scuole cinesi, imparano la lingua cinese e vengono indottrinate con l'ideologia marxista del PCC.

Colpisce, di fronte a tanta ferocia, l'atteggiamento moderato e compassionevole del governo tibetano in esilio, incarnatoda S.S. XIV Dalai Lama, che da tempo continua a lanciare messaggi di dialogo e proposte concrete per una convivenza pacifica tra tibetani e cinesi. L'unica richiesta è quella di un'autonomia reale che garantisca il rispetto dell'identità culturale tibetana pur sotto l'egida del governo di Pechino.



Diritti umani in Tibet

 A metà del 2000, circa 500 Tibetani risultano essere in carcere per reati di opinione e attualmente sono noti i casi di 73 prigionieri politici che scontano condanne a 10 o più anni.

Nonostante sia uno dei firmatari della Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici, la Repubblica Popolare Cinese non ha protetto i diritti civili e politici dei suoi cittadini. I prigionieri politici, arrestati solamente per aver esercitato una loro legale prerogativa, una volta incarcerati, perdono molti altri diritti. Vengono sottoposti a torture fisiche e mentali e tenuti in isolamento, in condizioni ben al di sotto di ogni standard internazionale. Perdono inoltre il diritto a un processo giusto o a qualsiasi garanzia legale, rimanendo privi di ogni possibilità di difendersi dalle accuse.
Secondo l’ordinamento giuridico cinese, diritti legali basilari quali la “presunzione di innocenza fino a prova contraria” e ildiritto alla difesa sono sostituiti dalle linee di principio cinesi “prima il verdetto, poi il processo”, “clemenza per chi confessa, severità per chi nega” oppure “correzione e rieducazione attraverso il lavoro”.

 Durante le indagini, che possono durare da diversi mesi fino a un anno, il sospettato è generalmente tenuto in isolamento e, in molti casi, è ignorata anche la disposizione in base alla quale la polizia deve informare la famiglia del sospettato entro 24 ore dall’arresto.Molte famiglie non sono mai ufficialmente informate dell’arresto dei loro parenti e sono avvisate solo al momento del processo. 

Anche allora, le famiglie incontrano molte difficoltà a capire esattamente in quale prigione i loro cari siano detenuti. La mancanza di informazioni rende l’intera esperienza ancora più stressante sia per i prigionieri sia per le loro famiglie.

Nel nuovo Codice di Procedura Penale è stata introdotta l’espressione “minaccia per la sicurezza dello stato”, che sostituisce l’espressione utilizzata in precedenza di “contro-rivoluzionario”.
Questo consente alle autorità cinesi di utilizzare la formula “segreto di stato” a giustificazione dell’arresto e della detenzione e negare al sospettato il diritto alla difesa per tutto il periodo delle indagini e degli interrogatori.

Per gli imputati politici Tibetani è molto difficile ottenere un difensore soprattutto per motivi finanziari o per la riluttanza degli avvocati che temono di essere accusati di sostenere i “separatisti”.

Il governo cinese continua contemporaneamente a violare i diritti dei bambini tibetani sia in materia di educazione e assistenza sanitaria sia per quanto concerne la libertà di espressione.

Ogni anno numerose famiglie tibetane sono costrette a mandare i propri figli in esilio per assicurare loro libertà ed educazione scolastica. Molti genitori affidano i bambini ad estranei e spendono tutti i propri risparmi per assicurare ai figli un passaggio verso la libertà. Alcuni sono addirittura lattanti e devono essere trasportati attraverso l’Himalaya sulle spalle di un adulto.

Oggi si parla molto e con ragione del viaggio dei migranti lungo le rotte del Mar Mediterraneo. Viaggi che mettono alla prova fisicamente e psicologicamente chi li affronta privando chi lascia le proprie terre, con la speranza di un futuro migliore, di ogni tipo di dignità e libertà. Il viaggio dei tibetani verso la libertà è molto simile, benché gli organi di informazione non lo rendano noto, eccetto per le rotte che in questo caso sono montanare e non marine.

Il viaggio dura almeno quattro settimane ed espone gran parte dei bambini al gelo e all’ipotermia, al punto che alcuni muoiono durante il viaggio. Se sopravvivono, ci sono poche possibilità che possano mai rivedere i propri famigliari. Nel 1999, su 2.474 rifugiati in fuga dal Tibet occupato dai cinesi, ben 1.115 erano bambini o ragazzi sotto i 18 anni, pari al 45% di tutti i profughi giunti in India in quell’anno. In maggioranza non erano accompagnati dai genitori, ma erano stati affidati a guide.

Il fatto che tante famiglie abbiano preso questa grave decisione, rischiando la vita dei figli e la propria nel caso in cui la fuga sia scoperta dalle autorità cinesi, è la inconfutabile prova della costante violazione del governo cinese in materia di tutela dei diritti umani dei bambini in Tibet. 

 

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